L’ingegnere clinico, questo sconosciuto

Con piacere ripropongo nella sezione “Ingegneria Biomedica” un articolo già apparso sul Notiziario dell’Ordine degli Ingegneri di Roma nel Dicembre 2010, che cerca di spiegare – talvolta con un pizzico di ironia, quantomai necessaria per prendersi sul serio – chi sia e quali ruoli possa ricoprire un ingegnere clinico, dal punto di vista di una (all’epoca) speranzosa laureanda.

L’ingegnere clinico, questo sconosciuto

“Quante volte ci è capitato di sentirci dire la celebre frase: “Pensaci tu, che sei ingegnere!”, mentre ci veniva porto con aria riverente qualsiasi tipo di oggetto tecnologico da riparare? E noi, da bravi amanti delle sfide – altrimenti, si sa, ingegneri non saremmo diventati o non aspireremmo a diventarlo – abbiamo sfoderato il nostro know-how per risolvere il problema. Bè, quello che capita all’ingegnere clinico, medico o biomedico che sia, talvolta è ancora più curioso. Richieste del tipo: “Ho male a un fianco, cosa può essere?” o “Va bene se prendo queste per la pressione?” dopo qualche perplessità iniziale, non lasciano più stupiti. E’ ancora insita nell’aria la convinzione che ci rende dei “mezzi-medici”, e talvolta peggio, dei “mezzi-ingegneri”.

Ma la realtà è ben diversa. L’ingegnere clinico come figura professionale dedicata è un ruolo recente, che da poco viene ricoperto da persone altamente specializzate e formate da una preparazione mirata: si tratta proprio di ingegneri, che fin dai corsi di laurea apprendono le materie di base proprie della facoltà di ingegneria, a partire dai principi base della meccanica e dell’elettronica fino ad arrivare ad applicazioni in automazione, macchine, materiali, impianti industriali, specializzandosi via via sul percorso specifico, imparando a collaborare sul campo con le altre professionalità di tipo sanitario. Basti pensare che in precedenza tale ruolo – che si rendeva e si rende tuttora sempre più necessario a causa del crescente impiego della tecnologia più sofisticata in medicina – veniva ricoperto da ingegneri aventi le più varie specializzazioni, e che nella vita lavorativa si erano ritrovati ad apprendere sul campo le applicazioni dirette all’ambiente medico.

Ingegneri, quindi, la cui attenzione è focalizzata all’uso della tecnologia per la diagnosi, la cura, il miglioramento della qualità della vita del paziente. Di qui la progettazione di apparecchiature sempre più innovative: non si pensi solo alla diagnostica (in particolare quella per immagini), la cui evidente complessità costruttiva richiama immediatamente una paternità dalla competenza tecnica approfondita, ma anche a piccole e grandi “invenzioni” che contribuiscono passo dopo passo alla semplificazione di tutti quei processi che coinvolgono una persona che, paziente o meno, si trovi ad avere a che fare con l’ambiente ospedaliero. Già la tecnologia, ma ancor prima il cosiddetto “approccio modulare”, aiutano l’intero sistema a comportarsi da tale, rendendo le varie branche sempre più organiche, avvicinando sul campo le varie competenze professionali, semplificando e razionalizzando i processi. In una parola: ottimizzando, termine caro, più di tutti, agli ingegneri.

Abbattere i costi e fornire servizi sempre più efficaci ed efficienti. Questa la parola d’ordine per una migliore organizzazione del sistema sanitario, a tutti i livelli. Passando attraverso l’informatizzazione delle risorse, creando database sempre più completi e accessibili, per arrivare fino alla “cartella clinica elettronica”, eliminando i vecchi ingenti quantitativi di carta e i relativi smarrimenti, o introducendo standard di memorizzazione digitale di esami diagnostici (si pensi, ad esempio, alla radiografia su cd-rom). Passando attraverso la razionalizzazione degli spazi e degli impianti, termici ed elettrici, che in un sistema ospedaliero trovano la massima espressione della loro complessità. Si pensi alla criticità dell’alimentazione elettrica per un ospedale, e agli effetti – purtroppo noti – sulle macchine, e ancor peggio, in sala operatoria, che potrebbero scaturire da un improvviso blackout, o al rischio di incendio in caso di guasti; al ruolo fondamentale dei gas medicali e della loro corretta e continua erogazione, o alle conseguenze di eventuali malfunzionamenti delle centrali di sterilizzazione.

Perseguire l’ottimizzazione, ancora passando attraverso una gestione precisa e organizzata della strumentazione, ed in particolare degli elettromedicali, apparecchiature i cui costi coprono circa un terzo dei costi complessivi di realizzazione del sistema ospedale, e che hanno bisogno di una continua attenzione fin dalle fasi di acquisto e collaudo, poi in quelle di manutenzione durante il loro intero ciclo di vita, e infine di dismissione, fase altrettanto critica per il corretto smaltimento degli elementi costitutivi nella tutela dell’ambiente e della sicurezza degli operatori.

Ancora, ponendo un’attenzione sempre crescente sulla gestione della sicurezza, dei rischi e della qualità, aspetti che sono stati presi in considerazione prima nell’industria, e solo più tardi richiamati anche in ambito sanitario. Non ultimo, lavorando sulla ricerca e sull’innovazione, per un costante miglioramento dei mezzi a disposizione, ma anche per aprire possibilità finora impensate.

Attività, queste, che in passato erano affidate all’esperienza di figure professionali miste, derivanti da ambienti e background differenti e disomogenei tra loro, e che talvolta – aspetto questo da non sottovalutare – non potevano non ‘inciampare’ in difficoltà di comunicazione. Medici, economisti (chiamati in causa soprattutto da quando la gestione degli ospedali è diventata di stampo aziendale), ingegneri: tre linguaggi diversi per problematiche inquadrate in un unico contesto, e osservate da punti di vista distinti. Sia chiaro, racchiudere in un’unica figura tutte queste competenze a livello così approfondito sarebbe umanamente impensabile. Nessun corso di laurea, seppur molto specializzato, potrebbe colmare una conoscenza tanto vasta, sia per la mole di informazioni da apprendere, sia soprattutto perché di fatto non fornisce ancora un’esperienza sul campo, valore, quest’ultimo, realmente formativo e imprescindibile. Di qui la necessità di preparare giovani in grado di avere la conoscenza tipica dell’ingegneria, che permetta loro di affrontare le problematiche cliniche con l’approccio corretto (umano e tecnico) e un background sufficientemente eterogeneo, per dialogare nel linguaggio e nel modo giusto con tutte le altre figure professionali chiamate in causa nell’ambiente sanitario, comprendere più a fondo quali siano le questioni su cui lavorare e quali le loro priorità, e conoscere e gestire i mezzi per mettere in atto le opportune misure, sempre approcciando con una visione finalmente d’insieme, sistemica.

Non “quasi medici”, quindi, né “mezzi ingegneri”, ma ingegneri a tutti gli effetti, siano essi nati come meccanici, elettronici, e via dicendo, e solo successivamente specializzati nel campo biomedico; siano essi clinici, medici o biomedici sin dai tempi dell’università. Dedicati a rendere migliore anche un iter quale quello a cui si è costretti diventando “pazienti”, ponendo una attenzione sempre crescente alla persona in tutte le sue sfaccettature e nel suo pieno rispetto, accorciando i tempi di degenza, evitando sempre più spesso esami ed interventi chirurgici invasivi, rendendo il processo di cura e guarigione possibile anche laddove prima si smetteva di sperare, ed anche più sereno, chiaro, trasparente.”

Da: N.O.I.R. n° 484 del Dicembre 2010, di Chiara De Francesco